Le bottiglie sono magiche. Ognuna di loro ha una forma, un contenuto diverso. Ognuna di loro ha una terra a cui fa riferimento, una cantina o un deposito dove ha vissuto; un trasloco organizzato a volte via aerea, a volte via camion, a volte via nave, a volte via acqua e altre ancora via web. Infine un destino, ogni volta diverso… Le bottiglie portano storie, tutte diverse. Storie di risa, di pianti, d’amore, di liti, di lutti, di nascite…insomma sono bottiglie da raccontare. Cosi ci saranno diversi racconti, ognuno di loro ci farà viaggiare nel magnifico mondo colorato che rappresentano. Storie di cappa e spada della fantasia tra latitudini diverse per inebriarsi seppure per un attimo di…parole, messaggi, sogni, deliri…..

Written on gennaio 1st, 2012 , I RACCONTI DELLA BOTTIGLIA

 

 

 

 

Roma, 15 ottobre 2011 ore 14.15

 

Dagli anni di piombo non avevo fatto più nulla.  Sono nata durante la rivoluzione spagnola e, dopo onorate battaglie, alla mia età mi godevo in santa pace la pensione. Ma qualcuno è venuto a suonarmi al citofono ieri e mi ha detto: “Che te ne stai lì a non far nulla? Dai, vestiti e vieni con noi”.

A malincuore, mi sono alzata. Ho preso un caffè bollente, mi sono messa il solito consunto straccio di cotone, il nastro, ho raccattato fiammiferi e sono andata a fare il pieno di benzina.

Il sole di autunno. Bianco e ancora caldo mi acceca, ma dà alla giornata il sapore di festa. Mi sono animata, forse per effetto del caffé.

Arrivata in piazza me ne sto discreta al riparo da occhi curiosi e anzi…sono io a curiosare. Centinaia, che dico, migliaia di persone…allegre tranquille, giovani e pensionati, pochi i 40enni; troppe per i miei gusti le carrozzine con bandierine rosse che emulavano quelle dei grandi. Palloncini, maschere, musica.

Curioso, non ricordavo assembramenti del genere.

La massa si muove. E’ onda oceanica ritmata e lucente. Laggiù dei ragazzi con una spray scrivono su un telone. Dal blackberry chattano contemporaneamente su facebook. Beata gioventù capace di fare quattro cose insieme, io nella mia vita solo una cosa ho saputo fare…

Mi godo il sole, la gente, l’allegria qualcuno mi infastidisce, mi spinge, mi chiama: “Dai è il tuo momento facci sognare”. Io non voglio, ho un’età e mi sto godendo, una storia seppur organizzata dai soliti noti…mi sto godendo una passeggiata romana unica, nuova.

Dai ragazzi, lasciatemi in pace, chiamate altri. E i ragazzi non se lo lasciano dire due volte. Spranghe. La banca si frantuma. Fuoco. Ei fu una mercedes e un suv. Fumone rosso da curva sud. Il cellulare, non il blackberry ma quello dei carabinieri, si arroventa.

Resto di stucco. Urli, botti e botte, ma chi picchia? Sono i padri di famiglia che urlano: “Andatevene, abbiamo diritto di protestare pacifici. Non vi vogliamo.”

In mezzo ad una rivolta civile ci sono volti e gesti particolari: uomini addestrati a sedare gli animi, a dividere le tensioni. Uomini che sembrerebbero qualunque e non lo sono….La città si rivolta, nonostante i sedatori di folle. Donne arrabbiate contro i pochi incappucciati spesso a braccia nude per far vedere muscoli giovani e… potrebbero essere loro figli.

Sono pochi, organizzatissimi, si schierano e si dileguano in pochi attimi….addestrati,

li chiamano black bloc. Non toccano i dimostranti; solo negozi, banche, autorità militari.

E cosi mi esalto, mi risento giovane e come una vecchia maitresse, mi rimbelletto, pronta all’azione. Che forza, che energia, ma chissà perchè sono così pochi questi boys in casco e randello mescolati a un oceano di popolo tranquillo. Ma che coraggio. E io?

Non demordo, mi preparo, il cotone, la benzina, l’adesivo, i fiammiferi. Rudimentale sono, ma efficacissima. Lo sono sempre stata e in mano a questi pivelli, posso ritornare regina. Sì signori, mi ripresento a voi dopo 40 anni: sono Molotov, una bottiglia di storia. Sono Molotov la regina incontrastata della Spagna, della Finlandia, dell’Italia e ora questo paese caliente mi ridà lustro e io vi dimostrerò ancora cosa sono in grado di fare.

Ma cosa succede laggiù? Sì sfrangono vetrine, e là? Si assalta una caserma. Eccomi sono tra voi mi dileguo sotto un blindato, in carpiato doppio mi infilo dentro una caserma. Sono Nerone, sì brucio, brucio Roma, ma non ci sono liuti a far da contraltare e chi manifesta si arrende. Si accasciano  senza possibilità di protesta sui prati del colosseo.

Non mi vogliono, non vogliono caschi neri, cappucci e bavagli.

Intanto le braccia nude della lotta non hanno tatuaggi. Troppo riconoscibili. Gli occhi non hanno droga, ma scherno, saccenza, risata da nonnismo, consapevolezza di cosa fare, organizzazione e io godo in mezzo a loro che mi fanno regina. La gente tace, si sente solo la mia musica e poi, come ai vecchi tempi  mi contrappongono quel dannato lacrimogeno, ma io intanto brucio, cassonetti finestre, mercedes….

Onde oceaniche in fuga, ragazze piangono dal bruciore e dallo shock. I fotografi pensano solo a me e a questi duecento scalmanati, mentre io dall’alto vedo quell’oceano e penso: non è giusto, loro volevano solo protestare contro tante ingiustizie. Ma questo pensiero, malsano per me, si eclissa in una nube di nero fumo e mi allieta la guerra della piazza. La polizia non attacca se non dopo essere stata attaccata. Sono la protagonista, la star e le sirene spaccano l’aria e il cuore di pensionati e giovani. Oltre la cortina di protezione militare rimane la massa impietrita davanti al mio spettacolo. Ore, ore, ore.

Al calar della sera anche io sono stanca, alla mia età queste cose non si dovrebbero più fare, dovrei godermi gli onori della Storia e passare per una bottiglia raccontata solo nei libri, ma temo, anzi inorridisco al pensiero che forse…domani o poco più mi verranno ancora a cercare.

 

Benedetta Scatafassi

roma 16 ottobre 2011 the day after or..the beginning of a new story.

 

 

Written on gennaio 1st, 2012 , I RACCONTI DELLA BOTTIGLIA

 

‘Anvedi che gnocca!’
‘Ma che stai a ddì? C’hai l’occhi foderati de prociutto? Quella e’ `no scojo, `nagglomerato de cozze!’.
 


“Prociutto ce l´anno l´occhi tua, quella è prorpio `na sorca, ma…porca zozza semo in ritardo, poi Ivana la senti tu, `namo `namo pise´ che famo tardi”.
A Centocelle la bio osteria è chiusa quindi i due, Sergio e Luciano, decidono d´andare a Villa Gordiani: “`Namo direttamente alla villa, c´è n`esplosione d´oleandri che pare de sta nun film de Tarzan! Vedrai che trovamo quarcosa sennò faccio `no squillo a Ivana de preparà un paninello di quelli suoi co´ mortazza e senape, nun te preoccupà!”
“E chi se preoccupa c´ho ancora l´occhi pieni delle gambe de quella!”
“Aho c´arisemo, quando entri in fissa sei in fissa! E ddaje che magari Ivana se porta n´amica sua”.
“Te le riccomando l´amiche sue, tutte tardone assatanate”.
“Eh c´hai raggione, ma manco tu puzzi de latte”.
Sergio e Luciano entrano a Villa Gordiani. Tra immensi arbusti fioriti si sentono voci. Ai loro occhi compare una platea seduta su sedie di plastica consumate davanti a uno schermo improvvisato. Sullo schermo un documentario artigianale.
“La comunità cinese ormai è molto grande, siamo già alla seconda generazione”. I due si guardano stupiti e poi rivolgono di nuovo l´attenzione alla platea – tutta italiana – e allo schermo.
“Ecco a voi Chen Li che ci rappresenterà a Venezia per il primo concorso di Miss Cina in Italia. Chen raccontaci la tua storia”
Chen parla in italiano, ma attorno a lei il clan familiare intervistato parla in cinese; ci sono i sottotitoli per la platea.
Sergio e Luciano si allontanano sorridono e vanno verso la libreria temporanea messa su da un loro amico trotzkista che vuole acculturare le periferie. Luciano prende in mano un libro semplice, senza immagini. Ha solo il titolo, perchè l´autore è sconosciuto: La pippa libera la mente.
Luciano passa il volumetto a Sergio che esclama:” E che è? L´ultima trovata d´enserti de´ i giornali? Pare più un libbro che se so´ fatti coll´avanzo de stipendio quelli che c´hanno er salario sicuro e so´ depressi a mille”.
“Non credo proprio, ma tu leggi ancora i ggiornali?”
“No, ma i vicini mia lasciano sulle scale tutti li inserti de Repubblica… e…”
“E perché?”
“Perché? Come perchè? Perché so´ ricchi e non li pensano abbastanza intellettuali. E pensa se venissero qui, nun ce crederebbero che stamo a fa´ er festival de Berlino p´a Roma de´ poveri!”
“A me me pare de sta `n´Africa artro che!”
“Sei er solito, sempre a ghettizza´ sti extracomunitari, ma ce voi senti da quell´orecchio? Quellli stanno qui pe´ magna´ ma hanno studiato, so´ saputoni alla faccia nostra che pe´ fa l´asfaltisti co´ sto cardo de mmerda manco avemo fatto la quinta! Se poi prennemo sti cinesi in celluloide quelli hanno fatto pure li sordi, quelli veri e vanno ai festival de periferia! Hai quartieri alti manco se l´immagineno un cinema de curtura così”.
“E c´hai raggione Serge´ qui l´extracomunitari semo noi! Famose na bevutina và così nun ce pensamo. Eppoi da quanno `sto sindaco vole le grandi opere il principale nun fa che facce faticà pure a ferragosto! Semo schiavi peggio de loro”.
” e vai da sindicati se te devi lamenta´”.
“E chi se lamenta? Dicevo pe´ ddì. Infonno davanti a `sta fiaschetta de che voi parla´ persino Totti sta sullo yot!”
“Colle gnocche vere però”.
“Sì e qui ce semo rimasti noi e li cinesi”.
“E te credo quelli so´ paraculi, hanno visto che da ste parti è pieno de verde e casette e se so fatti er quartierino che pare de `sta a Hollywood invece de spintonasse a Fiumara Grande”.
“Ma secondo te a quelli je piacciono li spaghetti?”
“Ma vero vero me stai a cojona´? Se li so´ inventati loro i spaghetti!”
“Eh sì ma semo noi c´havemo inventato l´amatriciana, l´arrabbiata e cacio e pepe”
“Eh già perchè a nnoi ce piace de magna e beve e nun ce piace de lavorà; mentre quelli lavoreno, lavoreno sempre pure quanno dormeno”. Ridono.
“Bevi va che quanno te pija `sta malinconia nun te se regge, aho sta arriva´ Ivana e…anvedi! Sta `nsieme a miss Cina e mo´ che famo? Nun ce so´ preparato a `na sventola de quella portata!”
“Aho aricordate qui noi semo i mejo fighi e c´havemo porchetta e fiasco cor vino dei castelli! Torno torno n´improfumata d´oleandri e sai che c´è? Tu comincia a canta´…..”
“E c´hai raggione daje passame er vino”.
Luciano versa il vino a Sergio e poi si avvicina a Miss Cina con due bicchieri pieni. Si para davanti a lei e offrendole il bicchiere di plastica intona: “Roma nun fa´ la stupida staseraaaa; damme `na mano a faje ddì de sìììììì…..”

Written on ottobre 22nd, 2009 , I RACCONTI DELLA BOTTIGLIA

Ho conosciuto una nuvola. Si chiama Desy. Desy si è innamorata di Cielo una sera che parlava con Tramonto. Quella sera così infuocata, così calda Estate aveva chiamato Desy per un aperitivo di fine stagione, ma Tramonto si era intromesso. Come? Incredibile, senza fare niente. Lui non fa mai niente, aspetta. Aspetta guardandoti, tanto sa che è sempre un figo pazzesco nonostante non abbia più venti anni.

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Ho conosciuto una nuvola. Si chiama Desy. Desy si è innamorata di Cielo una sera che parlava con Tramonto. Quella sera così infuocata, così calda Estate aveva chiamato Desy per un aperitivo di fine stagione, ma Tramonto si era intromesso. Come? Incredibile, senza fare niente. Lui non fa mai niente, aspetta. Aspetta guardandoti, tanto sa che è sempre un figo pazzesco nonostante non abbia più venti anni.

Quella sera, essendo così infuocata Estate aveva preparato un aperitivo speciale per Desy. Qualcosa che potesse essere associato alla ionizzazione di Aria, raramente osservabile a occhio nudo da quei piccoletti degli umani.

I piccoletti che studiavano fisica avevano dato un nome strano a tale fenomeno che accompagnava Aria ogni volta che incontrava Temporali e Fulmini. I fisici lo chiamavano Spettro Rosso, ma siccome gli umani hanno la fissa dell’inglese praticamente si chiamava Red Sprite.

Ora dovete sapere che nella Terra quando si parla inglese si ha la fissa di accorciare i nomi così lo Spettro Rosso divenne semplicemente Sprite.

Estate che era abituata a vedere e godere degli umani in versione vacanza disse: “Ma questo nome è perfetto per uno dei miei cocktail inventati! Dunque vediamo…..”, e si mise nel suo bar esotico a fare intrugli con acqua frizzante che gli ricordava tanto Desy, zucchero che gli ricordava Tramonto, acido citrico che si accomunava al Mare, citrato di sodio che non si nega mai come il sale nel margarita, benzoato di sodio che gli permetteva di conservare il cocktail in caso Desy quella sera gradisse una cosa più classica alle sue sperimentazioni aperitivecce. Da ultimo una manciata di aromi naturali che gli ricordavano tanto le fisse degli umani chiamati ecologisti. Insomma per fartela breve, ma non brevissima, Estate quella sera inventò una bibita analcolica così effervescente da far impazzire qualsiasi stomaco l’assaggiasse.

Desy, arrivò. Desy da un po’ di tempo era così radiosa che persino Estate non si capacitava. La sua amica che era sempre in movimento, da un po’ di tempo non faceva che cambiare genere di vestiti, pettinature, colori, ma quella luce, quella luce era fissa da un po’. Era diventata una nuvola di luce. Quando la conobbi stava proprio andando da Estate. Quella sera era pazzescamente sensuale; aveva un vestito grigio perla scura, come quelle perle rare del Giappone della Terra. Il vestito aveva delle magnifiche bordature di pizzo melanzana. Portava dei tacchi strani, roba da feticisti, roba di quelle che fanno lasciare messaggi anonimi al suo passaggio. Desy arrivò nella terrazza piena di cuscini di Estate sopra il Mare che per una sera se ne stava tranquillo, dopo mesi di isterismi atmosferici. Estate era vestita come al suo solito: praticamente di niente con la scusa del caldo.

Nel vassoio tre bicchieri. Perché tre? Erano lei e l’amica, Mare le guardava da lontano e non aveva intenzione di intromettersi tra le chiacchiere di due donne. “Where is my love?” canticchiava Desy mentre Estate la osservava incuriosita porgendole la Sprite con un pezzettino di lime. “Here is my love!!!” gridò Desy dopo aver assaggiato la nuova invenzione di Estate. Estate sempre più stupita disse: “Senti Desy ma che ti succede? Ti sei innamorata, non sei mai stata così piena di luce, così radiosa. Tu che sei una sempre in movimento, esagitata; esattamente effervescente come la sprite ora sei…” Desy la interrompe: “Guarda, Estate, guarda. Guarda laggiù, lo vedi Tramonto?” Estate si gira verso Mare e in fondo in un angolo compare Tramonto: “Sempre un figo pazzesco, non sai quanto l’ho corteggiato (sigh!) – confessa Estate all’amica – poi quando si mette il raggio verde non capisco più niente, ma tanto lui, sta con tutto il mondo e non con me”. Desy scoppia a ridere e beve tutta d’un colpo la sprite chiedendone un’altra all’amica che la segue nella risata. “Tramonto, vieni, ti presento Estate, dice che corteggi tutte tranne lei, ma spiegaglielo tu che tu non corteggi nessuna, che sono le donne che corteggiano te. Tu aspetti, non fai niente, tanto sai che arrivano. Povere, non sanno che tu non vai mai da loro perché raggiungerti è impossibile. Ah, Estate mia, anche io un tempo amavo Tramonto, ma poi…così mutevole, così bello ma maledettamente solitario, sai che c’è? Tramonto è come il bello della classe a scuola, te lo ricordi? Tutte sbavamo per lui ci faceva soffrire, ci faceva litigare. Lui si metteva con una e poi la lasciava per mettersi con la migliore amica e poi ancora un’altra. Tramonto è così. Tramonto dai, vieni, c’è un bicchiere di sprite pure per te, è un’invezione della nostra stupenda amica. Questo tesoro ha inventato…una pozione magica!”. Estate continua a versare la sprite mostrando la bellezza delle sue rotondità così sensuali da offuscare tutte le altre stagioni: “Pozione magica, eh sì, trasformo Desy in una principessa, ma se lo è già! Non ho capito il suo segreto, ma con un altro po’ di sprite vedrai che me lo rivela”. Tramonto sempre da lontano, per una volta scende dalla sua splendida solitudine narcisistica me non tocca il terzo bicchiere di sprite: “Mia cara, vedo la tua sensualità ogni sera da millenni, sei bellissima, ma non è colpa tua se io odio le donne. Quando ero piccolo successe qualcosa sulla Terra e così mi rintanai in un angolo di alcuni amici come Mare, Campagne, Montagne, quindi non te la prendere. Ha ragione Desy, sono come il primo della classe, faccio soffrire. Ma se vuoi la verità della luce di Desy….” Estate, estasiata, si mise comoda fra due cuscini, sprite in mano e la voce suadente di Tramonto erano per lei l’empireo dei sensi. Poi tramonto domanda improvvisamente: “Desy hai conosciuto Cielo, il mio amico, sai quello zingaro che non dorme mai, sempre elegantissimo in ogni luogo”.

Desy invece di rispondere prende una bottiglia e con il suo fiato scrive sopra SPRITE: “Cielo è respiro, Cielo è tumultuoso, Cielo è e non è. Cielo c’è sempre e mai. Cielo. Cielo è aspro e dolce come la sprite, ne bevi litri e non ti soddisfa mai perché ne vorresti sempre di più. Cielo è te Tramonto, è te Estate. Cielo è Aria. Come ho fatto a non capire che senza Cielo non avrei mai potuto vivere e come ho fatto a non capire che non ho bisogno di vivere con Cielo perché anche io sono parte essenziale del Cielo?”, Desy è viola come il suo abito, l’imbarazzo la travolge e Estate tenta di farsi baciare da Tramonto che in un nanosecondo si è dileguato.

Ascolto da lontano questa nuvola grigia densa e complessa, ma così solare, così radiosa e…sì, Desy si è innamorata del suo Cielo, ma quando? Tanto tempo fa quando lui venne una sera da Estate e da quel momento Estate mette sempre un bicchiere per lui, dovesse mai raggiungerle; ma Estate sa che Cielo è ovunque e non dice mai dove. Desy però non è gelosa perchè ormai sa che Cielo è una sola essenza con lei. Sì, Desy si è innamorata di Cielo, lo dichiaro mentre bevo un bicchiere di sprite accanto a lei e scrivo qui su questa fantastica invenzione telematica di voi piccoletti umani che a volte siete geniali. Sì, Desy si è innamorata di Cielo e anche Cielo è innamorato di lei. Come lo so? Lo so perché Cielo…Cielo sono io.

Written on luglio 2nd, 2009 , I RACCONTI DELLA BOTTIGLIA

Musica, musica. Nostalgica. Da colonna sonora. Sulla pagina internet compare un articolo scritto da lei. O meglio, questo il nostro dialogo, irreale, talmente raffinato nel suo essere pensato e non vissuto, da essere comprensibile solo a noi; a me e te che su quella rete ci amiamo, litighiamo, facciamo pace e l’amore quello pi potente fatto di pensiero e spirito.

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Musica, musica. Nostalgica come un incontro tra Romeo e Giulietta destinato ad una fine ad un mai inizio, ad un incompleto sul nascere; ma perch? Perch le tue parole passano tra quel filo di rete cos immateriale da pesare sulla mia anima come un macigno?

Sono stato al mare, ieri notte. Tutto al contrario degli altri tu dirai; mai una cosa normale. Mai. Sotto un cielo senza luna, un carro grande appena accennato, il rumore del mare, la sabbia dal rumore artritico dell´inverno sotto i piedi che raccolgono energia da quella spuma, quelle onde lievi e appena fredde dell´inizio di primavera. L´arte, quella così lontana del tai chi, entra nelle membra con difficoltà poiché la testa é altrove. Lontano. Nei meandri della tua che mi sta chiamando, ora sotto questa luce rosa della notte marina di primavera; ora con questa musica nostalgica da colonna sonora. Ora tra le righe di uno stupido annuncio telematico che ha il sapore di te e di me inestinguibile sapore unico che non fa capire dove finisca io da dove finisca tu, come questo bicchiere che mi accompagna tra le note di un pianoforte intenso, note gravi, preludio di tempeste o di passioni violente quanto un uragano, un oltraggioso affronto alla natura di notte.
Musica: ricordi una notte di aprile noi soli e puri e quante volte hai cercato di entrare in fondo ai miei occhi. Tu mi confondi sali sui miei mondi e poi ricadi giù, tra queste lacrime amare. Non so come dire che sei…belliss…Musica da lacrime amare come il titolo. Musica che mi fa dire you make me feel, you make me feel davanti al bicchiere trasparente che sembra acqua, ma ha la forza della vite presa, spremuta, invecchiata fra legni profumati, diversi come il pero, il ciliegio, il noce. Legni-cassaforte di un liquido di solitudine come solo la grappa sa esserlo. Grappa e tabacco, fumo legnoso di sigaro dolce, mentre sulla rete si appannano i titoli del nostro vissuto e pensato.
Ho abbandonato la volontà. Ho abbandonato la lotta con l´ultima lacrima amara di grappa e mi sono incamminato per i vicoli uggiosi alla ricerca del nulla trovando un altare con un Buddha enorme dietro casa, una sfilata di indiani in costume e canti, un barbone che leggeva Proust, un idealista-Tin tin che cercava di coinvolgere le sue amanti Dupont Dupont a lavorare per lui a gestire un parco pubblico senza sesso di ricompensa. Uno come me che cercava due anime in una storia tradita dal tempo.
Sì, ho abbandonato la volontà di esistere se non in uno spazio virtuale dove è cresciuto
il nostro destino, le nostre verità. In vino veritas, ma con la grappa? In grappa mendacium dixit. E quindi? Quindi musica. Musica nostalgica. Da colonna sonora. Sulla pagina di internet compare una scritta: http://www.facebook.com/home.php?ref=home.
E poi?
E poi l´uomo si alza, scarmigliato beve l´ultimo goccio di grappa, spegne il sigaro. Si fa una doccia, si veste elegantissimo. Va nel suo quartiere, cerca la vita di notte, quella degli abbracci facili. Parla nella piazza ritrovo. Si incuriosisce. Bacia. In lui non c´è memoria. Non sa, non ricorda, non era lui. Non conosce quella lavagna senza spazio senza tempo. Una lavagna dove ha detto tutta la sua passione ad una sconosciuta. Lui non sa, non ha memoria perché il ricordo appartiene a un altro uomo del nostro tempo di rete telematica. Sono due anime in un corpo, altro che due anime in una storia. Due anime, un corpo. Un´anima su una lavagna per un addio di un mai vissuto. Un´ altra anima in un bacio vero di un intenso vissuto. Forse, due anime in un corpo, due anime senza memoria dentro una grappa mendace. Forse un modo come un altro per aspirare all´eternità. Forse solo una grande sbronza.

 

Written on maggio 15th, 2009 , I RACCONTI DELLA BOTTIGLIA

Mi sembra che la tua rivoluzione sia caduta miseramente in un bicchiere di…ma cosa è quella robaccia gialla che vi bevete?

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“L’Europa vuole decidersi?”

“Decidersi a che?”

“Se vuole salvaguardare il suo modello sociale nel nuovo scenario globale”.

“E come?”

“Ah non lo so, ma certo non può pensare di preservare tutti quei sistemi di protezione sociale”.

“Ma se stiamo togliendo un sacco di privilegi!”

“Quali? I ticket-ristorante? Così non si va più all’ora di pranzo a farci la spesa nei supermercati? Una società low-cost non è più disposta a finanziare i mille privilegi di quest’Italia incasinata. Guarda la Cina. Sta cominciando a dare servizi di base a milioni di cittadini e con un’imposta fissa al 15% sta creando una forte competitività fiscale: Se non ci sbrighiamo….”

Il museo è pieno di turisti quasi tutti con l’audioguida e la conversazione tra i due uomini ha il sapore di teatro. Nel palcoscenico i Matisse fanno l’occhiolino ai Degas, mentre Morandi e Modigliani rimangono statici nella loro equilibrata eleganza. Picabia e Picasso si alterano alla conversazione dei due trentenni che in una domenica piovosa si sono rintanati nella loro casa iniziando un discorso più surreale dei surrealisti.

La sorvegliante, in divisa scura e parole crociate alla mano, dà una sbirciatina ai due giovani piacenti, casualmente eleganti nel loro vestiario un po’ indie. La ragazza pensa per quale motivo il suo mestiere è legato all’invisibilità. Si sente come una cameriera filippina dal passo silente, lento che i padroni di casa ignorano per educazione. Sì, una cameriera invisibile con padroni famosi, rumorosi come Klimt, Kokoshka, Gnoli, Pistoletto, Poussin e tutti i secoli del bello.

La ragazza ha la stessa età dei due giovani che continuano ad ignorarla e lei per sfida li sbircia da dietro un rebus.

“…Sarà troppo tardi? E cosa pensi di fare?”

“Creare una protezione sociale low-cost”

“Cosa? Ma che ti sei fumato?”

“Non fumo, lo sai”.

“Eh no, perché un conto è essere un po’ visionari, ma questa…è pura follia; roba da fumo e di quello buono dai retta a me!”

I due si avviano verso il bar del museo dove ogni domenica viene allestito un brunch costoso e adatto a due trentenni in vena di cameratesche chiacchiere maschili dopo una settimana di frettolosi incontri lavorativi contornati da donne aggressive .

Al brunch compare la ragazza. Al suo posto di custode ora c’è una signora annoiata di cinquant’anni che non legge neppure le parole crociate. La ragazza si scioglie i capelli con gesto sapiente proprio davanti ai due che per un attimo si ammutoliscono e la seguono con gli occhi mentre lei va verso il tavolo del brunch.

“Ma che dici! Le imprese low-cost già esistono e prosperano, con i dovuti accorgimenti….voilà eccoti un’Italia bella e nuova di zecca”.

“Ma per fare questo le imprese debbono ripensarsi! Debbono rivedere completamente gli acquisti, le vendite, la gestione del personale, l’informatizzazione…Ehi, ehi, ferma un attimo…tu chiedi la rivoluzione!”

“E perché no? Vengo da paesi con ben altre rivoluzioni che vuoi che sia questa?” Il ragazzo si alza lasciando di sasso l’amico. Va al tavolo del brunch e si avvicina alla ragazza. La ragazza alza lo sguardo da un millefoglie e incontra gli occhi blu del giovane e con un sorriso smaliante sussurra : “Le rivoluzioni iniziano dalla tavola”.

Il ragazzo le taglia una fetta di millefoglie e lei ringraziando chiede “la solita” al cameriere. Il ragazzo aggiunge: “Una solita anche per me”. La ragazza si mette a ridere e passa un piatto al ragazzo che immediatamente viene riempito di tutti i dolci del brunch.

“Aspettiamo la solita insieme a quel tavolo?”

“Perché no? Mi chiamo Marta e tu?”

“Mi chiamo Bernardo e…”

“…e sei un rivoluzionario!”

“Beh almeno ci provo!”

L’amico di Bernardo si avvicina al tavolo nello stesso momento del cameriere. Fa il baciamano alla ragazza con nonchalance identica a quel vestire trash-chic che fa trasparire un’educazione in scuole private e attici di superlusso. “Mi sembra che la tua rivoluzione sia caduta miseramente in un bicchiere di….ma cosa è quella robaccia gialla che vi bevete?”

La ragazza sorride da dietro il bicchiere e Bernardo scoppia a ridere: “La rivoluzione è appena incominciata, ci voleva questa splendida donna e il suo bicchiere a innescare la miccia”

“Su questo non c’è ombra di dubbio. Cosa fai nella vita…..?”.

Matteo, da sempre amico di Bernardo, ha l’atteggiamento saccente del miliardario snob.

“Marta, mi chiamo Marta e mi sei appena passato davanti quando parlavi della follia di Bernardo, la protezione low cost. Peccato io la trovi un’idea concreta e neppure così rivoluzionaria! Ma sai per te sono la bonne philippine”.

“La bonne philippine? Vorrai scherzare vero? È solo che con quei Degas e Picabia ascoltando le follie del tuo nuovo amico…non potevo certo immaginare di trovare un’altra affascinante rivoluzionaria, ma…davvero cosa è quella roba che ingurgitate?”

Marta a quel punto si mette a cantare:

“Quante cose al mondo puoi fare?

Costruire? Inventare?

Ma trova un minuto per me! Per voi e per gli amici…”

Matteo colto alla sprovvista si mette a ridere e poi cerca di cantare anche lui imitandola, mentre Bernardo capendo l’energia fra i due si alza.

“Ok, ok vi lascio e comunque…si chiama cedrata”.

Matteo e Marta si brindano non staccando gli occhi uno dall’altra.

“Ehi si chiama cedrataaaa!”

“Sì – dice Marta tornando alla conversazione – me l’ha fatta scoprire mia madre un giorno che canticchiava questa canzone. La cedrata è quello che ci vuole per la tua rivoluzione Bernardo. Bibita low-cost completamente italiana alla faccia delle multinazionali che ne dici?”

“Dico che sarà pure grandiosa, ma ora mi sembra stucchevole come voi due”, esclama stizzito dalla conquista dell’amico che però ribatte: “Sarà, ma se vogliamo battere la Cina…beh dobbiamo iniziare proprio da questa rivoluzione gialla! Cameriere la solita per il mio amico”.

Bernardo guarda la bottiglietta mezza piena e senza etichetta sul tavolo, la prende: “Lascia perdere, io inizio da questa, me ne vado”.

Bernardo rientra nelle sale del museo assaporando di gusto quel succo limonato zuccherino, mentre Morandi fa tintinnare le sue bottiglie tra i sorrisi algidi di una donna di Klimt.

Written on febbraio 21st, 2009 , I RACCONTI DELLA BOTTIGLIA

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Mia madre beve coca cola e sniffa cocaina. Mia madre è una stronza. Forse per questo mi sono fatta mettere incinta a venti anni dal primo coglione che non sapeva neppure quello che faceva. Venti anni che equivalgono a quindici della stronza.

Per lei ho tentato di abbandonare la casa e non so perché mi ritrovo a vivere nella stanza accanto con una figlia nello stesso letto dei miei dodici anni, solo che la carta geografica ormai priva di confini reali appartiene a mia figlia, ora.
Mia madre beve coca cola e sniffa cocaina, la odio ma i miei amici l’adorano e non per la coca cola né tantomeno per la cocaina. È bella? Non direi, più che bella è una donna femmina. Cazzo quanto è femmina. Quando beve la coca cola si attacca direttamente alla bottiglia, ma quella bottiglia nelle sue mani, lì in mezzo a mille giovani, nonostante i suoi sessanta anni…sì, quella bottiglia sembra un uomo con cui lei fa l’amore e i mie coetanei impazziscono. Mi guardo e dico:”Cazzo ho venti anni sono una figa, ma sta stronza cosa ha più di me?”.
Mia madre quando sniffa cocaina beve sempre coca cola, dice che la fa sentire lieve. In realtà non è lieve per la cocaina o la coca cola, lei è lieve perché lo è, punto. Nulla nella vita la ferisce. No, non è vero. Ha avuto sessant’anni di merda, innamoratissima di un uomo che l’ha cornificata, abbandonata solo per mancanza di coglioni. Perché lui l’amava ma guarda caso ogni volta che vedeva una cretina bere una coca cola doveva per forza andargli appresso alle gonne. Mio padre è negro. Uno sporco negro, non perché sono razzista, ma perché lui lo è stato tutti i momenti passati con noi. Pochi, ma luridi. Mi ha violentato che avevo 10 anni, mentre mia madre era fatta, strafatta. Forse anche lui ma io non lo sapevo, l’ho solo odiato e da quel giorno l’ho chiamato sporco negro, mentre lui diceva che io non potevo essere sangue del suo sangue perché dentro di me c’era il biancore di un’Irlanda millenaria trapiantata in America per fame. Cazzo che stronzo, mia madre, ci lavorava alla Coca cola e la licenziarono quando si mise con lui, bel ringraziamento. Adesso mi dicono che devo votare un negro, uno come me, figlio di bianca discendente di morti di fame e di un africano ricco che ha studiato negli States. Pure lui beveva Coca cola e forse si faceva, ma ora pare sia un angelo caduto dal cielo e il mondo aspetta che apra le sue ali per elargire i miracoli del benessere del mondo. Cazzo sono tutti stronzi. Guardo mia madre, sta nel locale con me a bere caipirinha, vuole andare a casa, io cerco un uomo con cui passare la notte. Poi la vedo, passa nella sala accanto dove il dj mette canzoni degli anni ‘80 e lei beve coca cola come se avesse un cazzo da baciare e tutti la stanno a guardare mentre balla da sola con la bottiglia, sensuale, elegante nel suo modo straccione; una figa. Come faccio a essere come lei? Tira cocaina? A sessant’anni non più, lo fa forse nei fine settimana quando l’assale la durezza nostalgica di quello sporco negro del suo uomo…la durezza nostalgica che roba è? Sembra come la ricetta segreta della Coca cola. ‘Sta stronza ancora lo ama, nonostante tutto. E anche lui. Cazzo quei due sono un’unica cosa nonostante le violenze, le droghe, le passioni politiche che li fanno dilaniare a chilometri di distanza, ma…quando lui compare…lei beve Coca cola, gli passa una striscia di cocaina e continuano a far l’amore davanti a tutti, mentre io sono altrove, sola, in una notte senza stelle.


Written on dicembre 19th, 2008 , I RACCONTI DELLA BOTTIGLIA

ezine.it 02.08

I corpi sono segni. Il tuo, ah il tuo…sì, il tuo ha i contorni precisi e netti della oggettiva bellezza contemporanea. Il collo allungato, le spalle tonde proporzionate appoggiate su un busto diritto, prestante.


 

 

 

 

Ogni volta che ti vedo, anche di lontano, la mia voce cambia tono per adeguarsi al nuovo incontro. Ogni volta, sì ogni volta che scorgo la tua ombra, le mie mani trasudano desiderio, hanno i segni dell’emozione nel vederti portare con nonchalance i tuoi segni, quelli di questa tua vita zingara, di vagabondaggi sempre mirati con decisione ad un’unica meta: quella di essere un grande.

Un grande nobile, un castello come quel tuo corpo. Ah già il tuo corpo. Il tuo corpo, crudo, nudo, ha l’aroma dolce delle colline di primavera, l’asprezza dei legni stagionati lavorati a mano dentro botteghe che producono muffe, nobili muffe quasi fossero perle rare di orafi. Sì, il tuo corpo ha il colore delle castagne d’autunno dentro ricci gialli pronti a partorire come il colore del lavoro prodotto da api laboriose. Perché tu vivi nei pertugi della notte, ma sei assolutamente un adepto del sole di cui riempi il tuo corpo e la tua vera essenza.

Quando ti vedo mi ubriaco. Ubriaco la mia anima del tuo sapore. Quel sapore rubato a mille raggi e mille lune. Quel sapore di identità complessa, il tuo, dolce e severo insieme, così virile, così autorevole, ma anche piacevolmente arrendevole sulle mie labbra che chiedono di te ogni volta di più senza eccedere, senza mai avere l’onta di farsi sopraffare dal troppo.

Perché i corpi sono segni. E il tuo ha quella trasparenza legata alla fragilità che vuole apparire sempre come elegante solidità, perché tu sei unico e grande, perché sei il re fra tesori pregiati e il tuo nome non poteva che essere l’unione perfetta del tuo corpo e del tuo carattere così eclettico, ma a volte ombroso, complicato, indecifrabile come le scritture rupestri di preistoriche caverne. Perché il tuo nome è….SAUTERNE. Barsac SAUTERNE.

Written on novembre 29th, 2008 , I RACCONTI DELLA BOTTIGLIA

ezine.it 02.08

Ha gli atteggiamenti da prostituta. Maliziosa, passionale, materna, impassibile. E come una prostituta si fa pagare. Sempre di più. C’è chi dilapida fortune con lei e, per assurdo, alza i suoi prezzi proprio dove, da lei, dipende la vita di molti. Tutti la vogliono, nessuno la piglia. Almeno per ora. Eppure è vitale. E’ un incontro innegabile di essenzialità. Ma chi è?

 

 

 

 


Nessuno ricorda quando la vide la prima volta. Di certo scendeva leggera, a piccoli passi. Ma il suo era un temperamento instabile. Irruento. Mutabile quanto il ritmo che, improvvisamente, si fa violento. Nessuno sa come cambiò quel suo incedere cadendo fragorosamente in terra. In ogni caso tutti l’adoravano. Non se ne riesce a fare a meno e lei lo sa. Per questo si fa beffa di tutti e gestisce la vita degli altri a suo piacimento.
Alcuni l’accusarono:“Non hai sensualità. Non hai odore. L’odore attrae o respinge. Eterea come sei, rimani indifferente al mondo”.
Lei non se la prese e accompagnò quella gente su una spiaggia selvaggia. Dietro, la gariga si agitava ballando con il maestrale e un sapore violento investì il volto di tutti irrigidendo i capelli con un odore senza eguali.
Altri erano ossessionati da lei. Nomade ad ogni latitudine e longitudine, aveva una sessualità dirompente. Ovunque lasciava il segno. La sua vagina gonfia infradiciò le notti e inondò le albe del Sud. Molti morirono a causa sua, molti nacquero tra i suoi caldi ripari. Eppure molti, ne furono spesso disgustati e la tennero a distanza fin dall’infanzia creando disagio a coloro che erano vicini.

C’era chi sentenziava: “Sei vuota, senz’anima. Cosa vorresti dimostrarci se non hai colore?”. Lei senza parole si fece seguire fra gli iceberg islandesi, un blu affogato nel nero. Continuò il suo divagare fra verdi ristagni alpini e rosse insenature mediorientali. In Africa, policroma violenta terra, si aprì un varco in mezzo alla sabbia. Completamente rosa.
Nessuno ebbe più da ridire. Anzi, decisero di riunirsi periodicamente.
Il fascino, l’attrazione che emanava costringeva tutti a studiarla, analizzarla, ritrarla, ognuno dal proprio punto di vista. Perché lei, volubile, si presentava ad ognuno in modo diverso, imprevedibilmente. Molti studiosi non ammettevano questa incapacità di sapere quando incontrarla. Non faceva parte del loro modo di pensare. Da qualche parte ci doveva pur essere un modello matematico. Una formula che la costringesse a non irrompere nella vita degli uomini come un fulmine a ciel sereno. Inventarono una scienza per lei. Ma lei, troppo nomade e umorale, riusciva a cambiare qualsiasi previsione con l’aiuto dei suoi temporanei compagni di viaggio. A volte amanti.
Gli studiosi cercarono di violentarla. Chimicamente spezzata divenne un ordigno micidiale. Ma, forse, era solo il suo modo di difendere la sua verginità rigenerante. Lei cominciò a stufarsi. Lentamente non volle più sedurre alcune vecchie compagnie. Creò degli scompensi enormi. La sua assenza annientava tutte le difese. C’era chi non riusciva più a respirare. Se poi si arrabbiava, la sua violenza si abbatteva ferocemente su ciò che incontrava. Ormai faceva paura a tutti. Il suo fascino si era dileguato lasciando il posto al timore. I più furbi pensarono di toglierle la sua indomabilità.
Avvicinandola le chiesero di mettersi un vestito. Energetico, una catena capace di far irretire le generazioni motorizzate del futuro. Lei controbatté che non era infinita, ma nessuno volle crederle per un po’. I più aggressivi tentarono di avvelenarla e strumentalizzarla per puro senso di dominio. Allora i più giovani, ammaliati dai suoi lati di bontà cristallina, alzarono baluardi e barricate per difenderla. Quelli che l’adoravano le prepararono ambienti ideali pieni di ariose e vaporose atmosfere. A quel punto i più possessivi decisero che fascino e paura erano un mix esplosivo e redditizio. Non doveva uscire dalle proprie casseforti. Doveva rimanere una cosa privata, elitaria.

Fu prigioniera di bottiglie di vetro, di plastica, di metallo. Alcuni addirittura si misero in testa di gassificarla così da farla diventare più cara della birra. I più avventurosi obbigarono disegnatori costosissimi a inventare bottiglie cosi ricercate da diventare oggetti da collezione. A questo punto solo pochi eletti potevano beneficiare dei suoi servigi.
I grandi legislatori non ci stettero e decisero. La situazione andava regolamentata. Tasse, tasse per ogni minimo elemento che potesse far arricchire le bucatissime tasche governative. I legislatori mai avevano pensato di sollevare un coperchio pieno di bollori senza rimedi!
Ma lei uscendo da un involucro di cristallo plastificato, stupendo tutto e tutti, scoppiò in un pianto leggero di fronte ad uno studente immerso fra i libri. Lui aveva un compito, un tema su cui incastrare i suoi anacoluti, ma non sapeva da dove cominciare. Scrisse il titolo: Ode all’acqua. La penna si fermò. Piccole gocce picchiettavano la finestra. Così cominciò a scrivere: Nessuno ricorda quando la vide la prima volta….

Seduzioni pericolose fu scritto e qui pubblicato tempo fa. Con una piccola modifica abbiamo deciso che era da riproporre a pieno titolo come racconto della bottiglia.

Written on novembre 29th, 2008 , I RACCONTI DELLA BOTTIGLIA

ezine.it 01.08

Mestiere ingrato quello di Tano. O meglio, ingrato per lui ogni volta che il blackberry segnala di inviare “un nuovo carico”


 

 

 

 

Mestiere ingrato quello di Tano. O meglio, ingrato per lui ogni volta che il blackberry segnala di inviare “un nuovo carico”

All’aeroporto nella bolgia dell’estate non si possono non notare quelle splendide ragazze. Sono tre; due con i capelli ricci lunghi e selvaggi, l’altra li ha liscissimi fino alle spalle. Le spalle delle tre sono affusolate come i loro muscoli coperti da pelle setosa. Pelle cioccolato al caffè, marrone gianduia, castagna bruciata. Sono sei gambe chilometriche sormontate da tre mandolini, perché sederi così, in Italia, non esistono. Sono i sogni impossibili che diventano ora possibili per il maschio latino grazie agli aerei low cost e alla globalizzazione dei desideri.

Tano, Tanino per la famiglia, lo sa. Ha capito da tanto che i desideri non hanno confini e con i desideri degli altri lui si è comprato una villa con piscina in una zona residenziale della capitale. A due passi c’è un campo da golf dove ovviamente fa le sue personali indagini di mercato da quando ha acquistato le quote da socio. Tanoconosce le sue qualità, ma anche i suoi limiti per questo quando squilla il blackberry stramaledice il mondo attaccandosi alla sua bottiglia. La bottiglia della sua terra, quella amata da un altro grande navigatore come lui; solo che la sua nave a differenza dell’Ammiraglio Nelson è un immenso scafo dalle ali d’acciaio che vola sopra il Mediterraneo senza infrangere un flutto. Anzi lui al posto dei flutti preferisce il flute pieno del vino liquoroso senza fissa dimora nato nella sua terra d’arsura come le tre ragazze che lo accompagnano.

L’aereo comincia a rullare. Tano con la sua bottiglietta da viaggiatore, l’Amaro della compagnia, beve tredici erbe diverse e infuse per farsi passare il suo odio per le navigazioni da terzo millennio. Mentre si asciuga una goccia dell’ambra alcolica, sollecita le ragazze a sedersi, tanto i loro sederi li hanno già notati tutti. Le ragazze annuiscono e con allegria ammiccano ai passeggeri vicini.

Un uomo sulla cinquantina, forse impiegato statale con moglie a casa che lo aspetta azzarda voglioso la sua esca.: “Di dove sei?”.

La ragazza con i capelli lisci mostrando unghie curatissime di bronzo cinguetta: “Sono svedese!”

Il maschio latino è della terra di Pirandello e sta al gioco; di certo non vuole perdere questa incredibile occasione, una delle poche che viaggia solo: “Davvero? E dimmi…”

ALLACCIARE LE CINTURE E SPEGNERE I DISPOSITIVI ELETTRONICI interrompe la voce metallica dello steward mentre il buio cala nel velivolo.

L’impiegato è uomo del sud e con talento riprende bisbigliando la conversazione. Tano poco più in là non stacca le labbra dal Victory wine dell’Ammiraglio Nelson. Una bottiglietta non può bastare e lui adora mescolare i colori dell’invecchiamento delle uve e delle erbe nel suo intestino, ma improvvisamente sente uno strappo. L’impiegato, seguendo la ragazza in fondo al corridoio, con un gesto rapidissimo ha fatto sua la bottiglia di Tano ed in un attimo si scola ciò che lui stava centellinando per dimenticare di volare.

ALLACCIARE LE CINTURE E SPEGNERE I DISPOSITIVI ELETTRONICI, la voce metallica si ripete, mentre l’aereo subisce il primo violento scossone delle turbolenze nelle nubi. Tano vorrebbe gridare, prova a vedere se il cliente del suo “carico” prima di rinchiudersi frettolosamente con lei alla toilette abbia lasciato almeno una goccia. Niente. Suona alla hostess, ma la ragazza non viene l’aereo è diventato come lo shaker quando al marsala si aggiunge il caffè.

“Tanino, Tanino – avrebbe detto sua madre, pace all’anima sua – Tanino non si beve il caffè col marsala, ma il marsala col caffè!”. Lei sì che aveva capito tutto. Dalla tenuta comandava la famiglia, ma non aveva capito quanto questo suo figlio maschio, il piccolo di casa, odiasse questo mestiere. Aveva accettato tutto quello che la madre gli aveva imposto: gli studi mai finiti, la moglie di una famiglia altolocata nobile e decaduta della tenuta vicina…ma non poteva accettare questo mestiere, proprio no. SIAMO SPIACENTI MA LE TURBOLENZE FARANNO RITARDARE IL VOLO DI 20 MINUTI annuncia tra un vuoto d’aria e l’altro la voce. Tano vorrebbe alzarsi e scassare il box a rotelle pur di prendersi un’altra bottiglia, ma una delle ragazze ricce, la perla del suo “carico”, si mette vicino a lui e lo accarezza improvvisamente. La ragazza sussurra: “È gratis Tano, per una volta è gratis”. Tano la guarda stupito: “Non ce la posso fare, stavolta dico basta”. La ragazza gli sfiora le labbra e con due occhi neri come il buio che li circonda gli fa intuire il pensiero: “Non lo farai”. Tano guarda estasiato le labbra carnose di questa perla senza fissa dimora. È quasi dispiaciuto di vederla tra poco con il suo mandolino tra le mani dei grassi clienti dei suoi parenti, ma poi si immagina la festa della serata; suo fratello maggiore che fa gli onori di casa, le sorelle sfavilleranno i loro gioielli e lui i suoi ricevendo gli onori al merito con la bottiglia più cara del loro mondo il Marsala Rubino Superiore semisecco dell’Ammiraglio Nelson e non avrà più voglia di dire e pensare al suo ingrato mestiere.

ALLACCIARE LE CINTURE E SPEGNERE I DISPOSITIVI ELETTRONICI ripete la voce metallica dello steward mentre Punta Raisi si predispone al benvenuto.

Written on novembre 29th, 2008 , I RACCONTI DELLA BOTTIGLIA

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