Dovrei dire quando sono nata.
Ma io ho un’età biologica e una cerebrale. Come una mia amica castana che continua ad andare in profumeria a comprare i trucchi da bionda perché lei si sente bionda dentro. Io dentro mi sento un giorno ventenne, un giorno ottantenne, un giorno quarantenne. Quindi inutile chiedermi quanti anni ho.
Dovrei dire dove sono nata.
Non ho un accento marcato, anzi quasi per niente, ma il mio vocabolario racconta fortemente di una radice che nel tempo si è trasformata in albero con rami sparpagliati ad ogni latitudine e rifugi sparsi nel mondo. C’è però un Karma di terre: la Sardegna, l’Africa, l’Iran. Cerco di fuggire da alcuni luoghi, ma questi luoghi mi inseguono perché sanno che io li amo. Sono luoghi-monumenti di pietra e di persone: Lisbona, Venezia-Isola della Giudecca, S. Felice Circeo, Roma. Una città ha un ruolo particolare, dominante nella sua assenza: Napoli.
Dovrei dire che lingua parlo
Sono figlia del mio tempo che vuol dire essere della ryan air generation, lingue che si intercalano e si mescolano rispetto all’ambiente. Non mescolo lingue perché fa chic, ma perché il mio essere apolide di mente mi fa parlare francese nel ghetto di Roma e inglese nei campielli veneziani; portoghese in Africa e su internet, spagnolo con amici messicani che vivono nomadi in Europa.
Ho così scoperto l’american dream (e questo vi dovrebbe far anche scoprire la mia età biologica): è l’Europa dove tutto è il contrario di tutto e quindi tutto è possibile.
Dovrei dire cosa faccio:
Facile a dirsi per chi sin da piccolo voleva fare il pompiere o il medico o il mestiere di papà.
Cosa faccio? Ho una mia teoria che ripeto sempre: giro, viaggio, faccio cose (di morettiana memoria) in termini volgari nella capitale i tipi così li chiamano fancazzisti. Allora sono fancazzista. Solo che dopo aver fatto la mia prima mostra di foto da fancazzista – a cominciare dai parenti e amici – sono diventata poliedrica, artista, bohemienne, intellettuale e tutti i sinonimi del mondo per continuare a dare lustro alla parola fancazzista. In realtà una sola cosa faccio, con mezzi diversi: rubo. Rubo la vita degli altri per raccontare storie. Rubo le emozioni degli altri per ritrovarle davanti agli occhi di tutti. Non importa come rubo o quali mezzi utilizzo, l’importante è non allontanarsi da quell’unico centro che è il magnifico mondo illusorio e reale del racconto.
Dovrei dire come sono fatta:
Del tipo sono alta o no, grassa o no, bionda o mora. Impossibile e lo confermerebbero pure gli amici. Cambio volto e colore di capelli a seconda dell’umore dell’insonnia, del sole naturale, ingrasso e non se ne accorge nessuno, dimagrisco e se ne accorgono tutti. Mi direte ma gli occhi come sono? Facile a dirsi. Cambiano in continuazione, quasi a volersi abbinare alle mie stramberie tricologiche e senza lenti a contatto colorate. Nel passaporto c’è scritto un colore, nella carta d’identità un altro.
Dovrei dire dove abito:
Facilissimo. Su Skype, su Mozilla, sul mio Mac, rigorosamente Mac perché Mac è femmina. Tutti mi possono trovare virtualmente alla faccia della privacy. Nella realtà abito in un antico vecchio bordello dalle lanterne rosse, completamente ristrutturato dove gli inquilini sono la mia famiglia tribu con interfoni e frigoriferi in comune stile Friends. Le riunioni di condominio si fanno a cena bevendo vino francese e italiano e mangiando iraniano italiano dato che il 50% della comune è extracomunitaria.
QUESTA E’ LA MIA VITA VOLETE ALTRO? NAVIGATE SU WHAT I AM DOING